HomesanitàL'evoluzione delle strutture ospedaliere nell'ottica della flessibilità funzionale

L’evoluzione delle strutture ospedaliere nell’ottica della flessibilità funzionale

La funzionalità dell’opera così anche come la contestualizzazione del manufatto rappresentano solamente due dei molteplici aspetti sotto i quali può essere giudicato un ospedale. L’NHS – National health service, ossia l’istituto nazionale britannico per la sanità – sintetizza l’eccellenza di un progetto ospedaliero nella intersezione di tre sfere qualitative: quella funzionale, quella percettiva e quella costruttiva. Il peso che queste tre sfere hanno rivestito nella storia dell’architettura ospedaliera è stato differente a seconda del contesto socio-economico in cui la realizzazione del manufatto si colloca e dell’avanzamento della scienza medica. Per questo motivo la lettura dell’evoluzione tipologica dell’architettura dell’ospedale non è immediata e risulterebbe riduttivo analizzarla senza comprendere le ragioni di varia natura, funzionale, ambientale, costruttiva, ecc., che ne hanno obbligato l’evoluzione tipologica.

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Fig. 3 – Secondo l’NHS l’eccellenza rappresenta l’intersezione di tre sfere qualitative.

La prima testimonianza di un edificio appositamente concepito per il ricovero dei malati si ha intorno al VI secolo a.c. per mano dei Greci; nella città di Epidauro, infatti, una piccola corsia aperta verso il tempio era destinata al “sogno” dei malati. Si credeva che durante le ore della notte avvenisse l’intervento terapeutico degli dei. La fiducia posta nelle divinità avrebbe accompagnato l’evoluzione dell’ospedale fino ai giorni nostri anche se di li a poco avrebbe cominciato a perdere di valore rispetto ai progressi compiuti dalla scienza medica. Nel medioevo viandanti e infermi trovavano ricovero all’interno di monasteri e conventi; all’ interno di grandi spazi asettici nei quali veniva svolta la quasi totalità delle attività di assistenza dei malati. Quella dell’ospedale del secolo XI dunque era una architettura fondamentalmente semplice ignara probabilmente delle difficoltà mediche che derivavano dalla contaminazione spaziale delle diverse funzioni di assistenza.

È nel XV secolo con l’ospedale maggiore di Milano, redatto dall’architetto Antonio Di Pietro Averulino, meglio conosciuto come il Filarete, che l’ospedale assume per la prima volta delle caratteristiche architettoniche proprie. Patii, portici, loggiati, gallerie costituivano delle componenti specifiche degli ospedali di quell’epoca. Attraverso di esse avveniva il dialogo tra spazio interno e spazio esterno a favore di migliori condizioni ambientali interne; a ventilazione ed illuminazione naturale era allora attribuita una forte valenza terapeutica. Le innovazioni introdotte dal Filarete non riguardavano però tanto la impostazione planimetrica del manufatto che derivava dagli ospedali che lo avevano preceduto, quanto in tutta una serie di accorgimenti costruttivi tesi a migliorare le condizioni ambientali interne: come l’attento sistema di smaltimento dei rifiuti, i locali basamentali voltati per garantire la salubrità dell’aria e l’introduzione del numero di “metri cubi minimi di aria per degente”. Sempre basate su un impianto planimetrico a corte, le proposte di Desgodets e Durand furono forse le prime ad avvertire l’esigenza di aumentare il numero di degenti ospitabili per superficie senza per questo compromettere il rispetto delle condizioni ambientali interne. La prima grazie all’introduzione di due bracci diagonali, la seconda con la riduzione della dimensione dei patii alla minima per consentire ventilazione e soleggiamento. Le varianti a impianto radiale così come anche i più moderni ospedali a padiglioni inglesi mantennero la centralità dell’altare e la simmetria derivante da una netta divisione tra i due sessi. Quest’ultimi però erano caratterizzati da una serie di volumi distinti raccolti attorno ad un unica corte centrale.

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Fig. 4 – L’ospedale maggiore di Milano del Filarete e l’ospedale ideale di Desgodets.

Le scoperte di Pasteur e Koch, con l’identificazione del ruolo dei batteri nella trasmissione delle malattie, e le moderne tecniche di disinfezione resero però presto superfluo il rigido isolamento dei volumi che aveva caratterizzato i modelli del passato. I progettisti così cominciarono a prediligere volumetrie compatte, come nel caso del policlinico di Milano e di Litta, rispettivamente a T e a H. Con la diffusione dell’ascensore nell’architettura civile gli ospedali monoblocco cominciarono a crescere ulteriormente in altezza mentre il progressivo miglioramento degli standard qualitativi portava al frazionamento delle corsie di degenza in camere prima multiple e poi doppie.

Ma concentrare all’interno di un unico volume tutte le funzioni che l’attività medica supponeva significava non solo percorsi più brevi e maggiore funzionalità ma anche una maggiore complessità. Caratteristica, quest’ultima, che avrebbe presto portato all’abbandono delle volumetrie compatte.

Con il rapido progredire della scienza medica avvenuto nella seconda metà del 900, infatti, non solo le diverse componenti architettoniche che costituivano l’ospedale ma la concezione stessa dell’organismo edilizio furono subito preda di una rapida obsolescenza. Ciò a cui l’ospedale era chiamato era una lista capacità di adattamento al cambiamento ovvero di opporre la minor inerzia possibile a interventi di ristrutturazione, cambiamento di funzioni e tutto ciò che la scoperta di una nuova pratica medica o l’avanzamento di una esistente supponesse. Tema quest’ultimo ancora più complesso se si considera che le tre zone costituenti l’organismo edilizio risultavano diversamente sensibili al cambiamento. Basti pensare ad esempio che nell’arco di dieci anni, esattamente dal 1980 al 1990, mentre servizi generali e degenze crescevano di un 20% circa gli spazi destinati a diagnosi e cura lo facevano per circa il 40%. Va inoltre tenuto conto che la crescita della superficie destinata a degenze è imputabile più al miglioramento degli standard qualitativi che non all’aumento del numero di degenze disponibili per reparto.

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Fig. 5 – Tipologie edilizie compatte e a eminente sviluppo verticale

L’organizzazione mondiale della sanità stima oggi la vita media di un ospedale in 50 anni ma, dati i lunghi tempi necessari alla realizzazione di un grosso presidio ospedaliero, non accade di rado che modifiche importanti siano necessarie già in fase di progetto o di cantiere.

Le variabili in gioco possono essere di due nature: quantitativa e qualitativa. Le prime comportano l’aggiunta o sottrazione di locali derivanti ad esempio dalla scoperta di una nuova pratica medica o il disuso di una vecchia. Le seconde invece riguardano invece l’aggiornamento qualitativo degli spazi esistenti. Alla variazione di una delle due categorie segue l’esigenza di una ristrutturazione o espansione della struttura. Non esiste una corrispondenza biunivoca tra variabili quantitative e espansione e variabili qualitative e ristrutturazione come si sarebbe portati in prima analisi a pensare. Interventi di aggiornamento possono portare grosse variazioni quantitative anche negative ovvero contrazioni volumetriche significative. I locali caduti in disuso vengono comunque lasciati disponibili per nuove possibili espansioni.

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