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Gare d’appalto: tra punti d’incontro e motivi di scontro

Gare d’appalto: tra punti d’incontro e motivi di scontro

15 gennaio 2010

Nell’ambito della giornata Eurocom Events, svoltasi il 25 novembre scorso a Bologna, si è discusso di gare d’appalto: committenza da una parte e imprese dall’altra.  Un momento di incontro-scontro capitolato (…e mai verbo fu più azzeccato!) in una proposta d’incontro e d’intesa. Resa(rio) dei conti o ennesimo capitolo dell’interminabile saga sul Capitolato tecnico?


Discutere in maniera costruttiva degli appalti: questo l’obiettivo dell’incontro promosso da Eurocom ed organizzato nella sua parte scientifica da GSA a Bologna lo scorso 25 novembre. Nella cornice dello Starhotels Excelsior, al cospetto di circa 200 persone, rappresentanti di aziende e associazioni di categoria, si è tenuta la quarta edizione degli Eurocom Events, un momento che nasceva nel 2005 come occasione di confronto tra l’azienda bolognese e il mondo dei produttori e che, anno dopo anno, è diventato un appuntamento di riferimento per l’intera filiera del cleaning.

Un’opportunità di confronto che ha trovato la sua perfetta espressione nel talk show, una formula di confronto equilibrata, snella ed interattiva che non rischia di mai di sfociare nell’autoreferenzialità cui spesso i convegni formali tendono.  Un ritmo serrato di discussione scandito da un moderatore d’eccellenza, il Prof. Arch. Silvano Curcio, che ha articolato il dibattito in maniera precisa e puntuale, tirando le fila di ogni intervento e porgendo con maestria la parola all’interlocutore chiamato in causa. A fare gli onori di casa Federico Bechi, Presidente di Eurocom, che ha ringraziato i presenti per la nutrita partecipazione e Eugenio Genise, Managing Director, che ha ricordato la concomitanza dell’evento con il ventesimo anniversario dalla nascita di Eurocom.

Il titolo

È opportuno anche spendere qualche parola per il titolo assegnato all’incontro: Gli appalti di pulizia, servizi integrati, multiservizi, bandi di gara capitolati e richieste d’offerta: non congruità vs qualità dei servizi. «Un titolo lungo ma non ridondante – esordisce Curcio, nel suo discorso introduttivo -  che evidenzia chiaramente il graduale ma inesorabile passaggio dagli appalti di pulizia a quelli di multiservizio e global service. Questo significa che la committenza pubblica inizia a preferire terziarizzare i servizi in un’ottica di esternalizzazione integrata». Si parla di servizi molto eterogenei fra loro, che vanno dalla pulizia alla manutenzione passando per il catering, in relazione a cui cambiano anche le somme in gioco nelle gare d’appalto. «Nonostante i non pochi punti di criticità che avremo modo di enucleare in questa sede – prosegue – è bene partire dal dato alfa: secondo una recente ricerca europea,  il mercato italiano si colloca niente meno che al terzo posto (dopo Regno Unito e Paesi Bassi) nel mercato del global service, con un fatturato effettivo di 40 mld/€ annui ed un potenziale di 150 mld/€. Tuttavia, un elemento di assoluta criticità sta nell’approccio che le PA hanno nei confronti delle gare d’appalto. Partendo dal presupposto che terziarizzare significa demandare a terzi la gestione di alcune funzioni, bisogna però ricordare che la programmazione ed il controllo sono due mansioni indelegabili». Troppo spesso infatti si riscontra una discrasia tra un adempimento meramente formale alle norme e il perseguimento dell’obiettivo sostanziale di efficacia ed efficienza che una PA dovrebbe perseguire. È in questo quadro che i contraenti privati spesso ravvisano criticità che si annidano nella gestione delle fasi di programmazione e controllo delle PA. «Questo atteggiamento negligente trova probabilmente spiegazione nel fatto che sovente le pubbliche amministrazioni non hanno una precisa coscienza del loro patrimonio immobiliare urbano e ne sottovalutano, di conseguenza, il loro valore effettivo». Tra gli altri motivi di polemica, l’inadeguata ed imprecisa formulazione dei bandi, la relativa incongruità delle basi d’asta, l’ostinata tendenza ad adottare un metro di valutazione basato sul prezzo piuttosto che sull’offerta ed, infine, il ritardo nei pagamenti che condanna le PMI a morire di crediti….piuttosto che di debiti.

Gli ospiti

Per essere sicuri che un dibattito vada subito al cuore della questione è importante saper scegliere il giusto parterre di relatori: da una parte la committenza dall’altra le imprese. A difendere le ragioni della prima sono stati invitati la dott.ssa Anna Fiorenza, Direttore Intecent-Er (Agenzia per l’acquisto di Beni e Servizi dell’Emilia Romagna), il dott. Franco Astorina, Presidente FARE Federazione delle Associazioni Regionali degli Economi e Provveditori della Sanità, il dott. Gianfranco Finzi, presidente ANMDO (Associazione Nazionale Medici delle Direzioni Ospedaliere) ed il dott. Pasqualino Bernabei, responsabile Gestione Tecnica terminali dei servizi Rete Ferroviaria Italiana. A dar voce alle imprese, di contro, Carmelo Romeo, Presidente dell’ONSBSI, l’organismo Nazionale Bilaterale Servizi Intergrati, la dott.ssa Claudia Giuliani, Presidente FISE-Anip. Tra le personalità –diciamo così – super partes si collocano il dott. Andreas Lill, Direttore generale FENI, che rappresenta La Federazione delle associazioni di categoria a livello europeo, e l’avv. Mario Pagliarulo, avvocato amministrativista dello studio Clarizia di Roma.

Un talk show animato

L’obiettivo della discussione è dunque quello di enucleare le iniziative, modelli e/o strumenti che possano essere messi in campo nella fase d’impostazione delle gare d’appalto, per consentire di coniugare congruità legale, equità economica e qualità prestazionale. Facile a dirsi: ma come è la situazione nel mercato?

Nel suo intervento Andreas Lill evidenzia come la committenza spesso non si sforzi neppure di considerare l’offerta ma opti direttamente per il “massimo ribasso” che, tuttavia, non sempre coincide con l’offerta economica più vantaggiosa: «In qualità di Direttore Generale della Federazione internazionale delle imprese di pulizie – commenta –  sono a Bruxelles per difendere gli interessi delle imprese. In questi mesi abbiamo lottato innanzitutto per far capire che ci sono offerte indegne di essere presentate, che vanno al di là di ogni ragionevole buon senso e che, per questo, devono essere escluse dai bandi di gara. E tuttavia, quasi l’80% delle imprese in Europa hanno chance solo se presentano un’offerta al massimo ribasso. Questo atteggiamento da parte della committenza porta le imprese a lavorare contro sé stesse e contro i propri interessi: ci sarà sempre, infatti, qualcuno nella condizione di livellare verso il basso, magari scendendo a compromessi sul minimo salariale dei dipendenti pur di guadagnarsi una fetta di mercato. E’ in quest’ottica che abbiamo redatto assieme al sindacato europeo una guida all’offerta economica più vantaggiosa, che chiarisca bene la differenza tra proporre un servizio economicamente vantaggioso ed offrire un prezzo stracciato. Per quanto riguarda la questione del ritardo nei pagamenti, invece, è stato redatto nell’ambito dello Small Business Act, una revisione della direttiva attuale che propone un limite massimo di 30 giorni, a fronte anche dell’eccessiva disparità tra nord e sud Europa, dove i ritardi passano dai 30-45 giorni ai 15-18 mesi. Tuttavia, per rendere tutto più efficace è imprescindibile coniugare le lotte portate avanti dall’associazione in Europa con adeguate misure legislative anche a livello nazionale».

La buona committenza

Tra i buoni esempi di committenza c’è, invece, l’Intercent-ER, la centrale di committenza istituita in Emilia Romagna che, nella sua interessante testimonianza, suggerisce un’idea per risolvere a monte il problema dei bandi: la processualizzazione nella fase di stesura della gara d’appalto.

«Noi di Intercent-ER – spiega la dott.ssa Fiorenza –  non vogliamo neppure metterci nella condizione di valutare le offerte al massimo ribasso perché conosciamo il valore della qualità. Ed è proprio nell’ottica di richiamare l’attenzione di imprese che offrano il miglior connubio tra qualità e prezzo che abbiamo scelto di affrontare un percorso preciso, prima di giungere alla formulazione dell’appalto. Innanzitutto, organizziamo un incontro con le PA per stabilire come procedere ed imbastire un piano organico di lavoro; successivamente commissioniamo uno studio sui vari capitolati tecnici di mercato per capire meglio cosa può offrirci il mercato italiano; solo successivamente passiamo ad abbozzare la formulazione del capitolato vero e proprio…per concludere, infine, con un incontro-confronto col mercato (in particolare con i principali fornitori di categoria del settore) per sapere se hanno certificazioni o qualche altro plusvalore di cui bisogna tener conto in sede di valutazione. Solo alla fine di tutto questo iter il bando viene pubblicato».

E come non manca di stigmatizzare Curcio nel suo laconico commento, si tratta di una best practice molto interessante perché pretende non solo di essere rigorosa nella formulazione del capitolato ma sceglie il confronto con il mercato, non mancando di comprendere che al di là dei “tecnicismi e dei formalismi da Codice”…il mercato fuori è reale. E non si può non tenerne conto.

La differenza tra predicare e  razzolare

Meno diplomatico l’intervento di Franco Astorina che, pur ammettendo una certa carenza culturale nelle PA, ne ravvisa anche tra imprese che si proclamano vittime di una situazione da cui poi, al momento opportuno, sanno trarre il giusto vantaggio. «Capita spesso che le imprese si lamentino a gran voce della non congruità della gara d’appalto e finiscano sistematicamente per accordare il 20% o 30 % di sconto per ottenere l’aggiudicazione. Se si vuole cambiare la situazione è indispensabile abbracciare coerentemente un percorso di principi condivisi. Ad ogni modo anche la committenza, soprattutto quella sanitaria pubblica, si adopera da anni per mettere in evidenza la necessità di stigmatizzare un iter di processualizzazione e pre-consultazione prima di pubblicare un bando di gara». Per approfondimenti vedere leggere intervento del dott. Finzi nel box

ONSBI: bilateralmente, tra datori e lavoratori

La parola passa quindi al dott. Carmelo Romeo, che rappresenta la voce delle imprese, o meglio dei suoi lavoratori. «Inizio con lo spendere due parole di inquadramento sull’ONBSI (organismo nazionale bilaterale servizi integrati) che rappresenta e tutela gli interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori: e che funziona con un sovvenzionamento di 50 centesimi /mese da parte dei lavoratori e 50 cent da parte delle imprese: sono più di 300 le imprese che versano per circa 100.000 lavoratori del settore. La nostra mission è quella di affrontare il mercato, le regole in un’ottica di monitoraggio continuo. Ciò che si può dire è che, al di là delle contraddizioni insite all’interno del Codice degli appalti, il settore sia riuscito a costruire un quadro di regole buone, dove tuttavia manca ancora l’elemento essenziale. Oggi abbiamo di fronte il committente pubblico che, pagando “alle calende greche”, tiene di fatto sotto scacco il mondo delle imprese del settore che rischia di soccombere sotto il peso dei crediti. In questo quadro è necessario avanzare un’ulteriore riflessione: come viene misurata la responsabilità delle pubbliche amministrazioni rispetto a quegli interventi che disattendono le norme legislative? Le PA dovrebbero infatti esercitare una funzione di programmazione dei lavori e controllo del risultato: ma è paradossale affidare il controllo alla stessa committenza che lo ha commissionato. Per questo noi abbiamo formulato, unitamente all’impegno delle imprese e dei datori di lavoro, una legge che stabilisce quando la gara è anomala e va annullata. Sarebbe naturalmente auspicabile che la best practice bolognese illustrata dalla dott.ssa Fiorenza si diffondesse capillarmente su tutto il territorio italiano, per arrivare ad un mondo di servizi in cui le PA si confrontano coi soggetti che stanno sul mercato, in un ottica di condivisione e compartecipazione alla qualità del servizio».

Stazioni di qualità

Tra i settori chiave del trasporto pubblico, sempre sotto l’occhio del ciclone in materia di pulizia e qualità, prende a questo punto la parola l’Ing. Bernabei, che illustra i punti di criticità che affronta la committenza delle ferrovie in tema di gestione delle pulizie.

«Come Dirigente di Rete Ferroviaria Italiana mi occupo della gestione delle stazioni da parte dell’asset fisso.  Ogni anno, noi spendiamo per le pulizie circa 80 milioni di euro e i nostri appalti prevedono le pulizie e mantenimento del decoro, associando dunque alle pulizie una piccola attività di manutenzione. L’esperienza finora accumulata nelle 2.180 stazioni circa gestite direttamente (e le 13 e 103 tramite due società di gestione costituite in ambito FS) è tutto sommato buona. Tuttavia buono non è abbastanza. A monte c’è anche un problema di scarso riguardo da parte dell’utenza, che usufruisce di un servizio senza la giusta cautela. Tuttavia ha ragione il Prof. Curcio quando esorta la committenza a svolgere con serietà la funzione di programmazione e controllo,  due obblighi importanti, cui noi dobbiamo adempire affinché talune imprese non facciano bello e cattivo tempo. Credo di poter affermare che un punto si svolta nell’ambito delle pulizie delle stazioni sia stato raggiunto in sede degli ultimi due rinnovi contrattuali, il primo nel 2002 ed il secondo nel 2006, dove abbiamo puntato molto sulla qualità. Un primo passo per risolvere il problema della gestione delle pulizie è stato quello di fare dei contratti per società: oggi chi pulisce le stazioni è assunto da noi, chi pulisce le vetture da Trenitalia e così via. Tuttavia, i contratti siglati nel 2002 non erano ancora soddisfacenti perché i contratti erano al massimo ribasso. Nel secondo rinnovo, avvenuto tra 2005 /2006 abbiamo optato per una gara ad offerta economicamente più vantaggiosa, e i risultati non si sono fatti attendere. Dai dati a nostra disposizione, emerge che nel corso del 2009 abbiamo acquisito molti punti nella customer satisfaction. Il cliente valuta i nostri servizi 8 punti rispetto ai 5 del 2002».

Annullamento: mission impossibile?

Due parole di chiarimento sulla funzione dell’Autorità di Vigilanza le spende l’avvocato Pagliarulo, libero professionista non appartenente all’ente ma esperto in materia di appalti: «Oggi l’Autorità ha più che altro una funzione di moral suasion nel confronti delle imprese e degli enti e funge da stanza di compensazione a fronte di vertenze che potrebbero cominciare. Attraverso una procedura piuttosto articolata è possibile richiedere un parere preventivo, che tuttavia non è vincolante. È importante però sottolineare che l’Autorità ha esteso da poco le proprie funzioni, svolgendo ora anche un servizio di ispezione: non si occupa, dunque, più solo della fase che precede la gara ma è interpellabile per tutta la durata del contratto. Bisogna quindi sottolineare che non si tratta di non avere strumenti a disposizione per farsi sentire ma conoscere e saper utilizzare tali strumenti, non di rado parecchio complessi ed articolati nella loro struttura.

Ciò premesso – prosegue – due sono gli aspetti che preoccupano le imprese: da una parte l’eccessivo formalismo, che è un’altra tematica sensibile però spesso non ricopre tutta questa rilevanza all’interno di un’aula giudiziaria.

D’altro canto anche le committenze hanno diritto ad avere a che fare con soggetti affidabili: ed è proprio in virtù di questa considerazione che una recentissima sentenza di stato ha messo in discussione il DPR 445 che consente l’autocertificazione alle imprese, sancendo l’assoluta legittimità di un bando a richiedere documentazione effettiva per poter essere ammesso alla gara.

Sul fronte delle imprese, invece, preme molto la questione della non congruità: è interessante vedere che si è passati dal concetto di offerta anomala a quello di gara anomala. In questo senso, l’orientamento culturale che fino a poco tempo fa mirava a temporeggiare il più possibile in materia di ricorsi, negli ultimi dieci anni ha iniziato un processo di miglioramento. Tuttavia, l’annullamento non è così facile da raggiungere, soprattutto nel settore dei servizi dove, come riferimento esistono solo le tabelle ministeriali e i contratti collettivi. Gli annullamenti che si sono riusciti ad ottenere sono infatti pochissimi dacché gli unici casi in cui si riesce ad ottenere l’annullamento è quando la clausola risultava  talmente vincolante da dover costringere l’operatore economico a disapplicare il contratto collettivo pertinente o a non pagare gli oneri previdenziali».

Conclusioni

Al di là dunque delle rispettive posizioni, un proficuo confronto tra le parti:  una splendida giornata che ha arricchito, col suo portato di concretezza, sia il pubblico che gli stessi relatori. Onore al merito di Eurocom dunque, ospite discreto che ha provveduto ad un’organizzazione pressoché perfetta senza voler mai apparire protagonista pur avendone, in qualità di “padrone di casa”, tutti i diritti. A conclusione della mattinata, la proposta di Finzi e Astorina di realizzare un tavolo di lavoro cui far partecipare quei soggetti istituzionali che hanno titolo per condividere un percorso volto al miglioramento delle gare d’appalto e dei loro capitolati nell’interesse della PA e del comparto dei fornitori  di servizi, è stata accolta positivamente sia dai rappresentanti delle associazioni che dalle committenze presenti. La nostra speranza è che ciò avvenga nei fatti.

Chiara Bucci

In aggiunta all’articolo pubblichiamo le intervistre ad alcuni dei partecipanti al convegno.

La stoccata di Gianfranco Finzi:  apologia della committenza

Anche il dott. Gianfranco Finzi, a fronte dell’esperienza che lo vede coinvolto direttamente sul campo presso uno degli ospedali più importanti a livello nazionale, il S.Orsola Malpighi, ci tiene a fare dei distinguo, affermando che non si possa fare di tutta l’erba un fascio neppure per le pubbliche amministrazioni.

«Non è serio generalizzare affermando che dovunque la pubblica amministrazione sia deficitaria in efficienza e carente dal punto di vista culturale: in realtà il nostro sistema sanitario, perlomeno al centro-nord ( e con alcune punte di eccellenza siciliane),  pur con tutti i suoi difetti, è un sistema che funziona: e pur sottoscrivendo appieno il problema legato al ritardo dei pagamenti, pare eccessivo screditare senza mezzi termini un sistema sanitario che assicura la salute a tutti indistintamente, laddove altri Paesi considerati all’avanguardia per antonomasia pretendono fior di assicurazioni e garanzie. Bisogna quindi cominciare a riflettere sul nostro valore: il comparto sanità, con i mezzi che ha a disposizione, è uno dei migliori al mondo e non bisogna peraltro dimenticare che ivi operano grandissimi professionisti che, con pochi soldi, riescono a soddisfare gran parte delle esigenze di un sistema di per sé molto complesso. Peraltro, lo spartiacque tra PA efficienti e non, tra Regioni virtuose e regioni viziose si riflette in modo speculare anche sulle aziende: è una verità inconfutabile che ci siano imprese più virtuose di altre.

Bisogna poi considerare un secondo elemento che non è ancora emerso nel corso dibattito ma che certamente copre un ruolo di primaria importanza: l’influenza della politica sul sistema sanitario. E non esclusivamente per quanto riguarda la questione dei pagamenti. Quando, infatti, un direttore generale, di fronte al suggerimento dei tecnici di valutare 60% qualità e 40% il prezzo all’interno di un capitolato, decide senza indugi per un 70-30% a discapito della qualità, non si può ignorare che sia  frutto di una scelta politica. È ravvisabile dunque un’influenza diretta della politica nelle scelte strategiche della sanità, perché il direttore generale è normalmente scelto dall’estabilishment politico. Così come quando una Regione, nonostante le risorse a disposizione (tra cui validi tecnici professionisti)¸ decide repentinamente di incaricare un consulente esterno per redigere il capitolato con l’ausilio di tecnici valenti». Ci sono dunque influenze che vanno al di là delle (in)competenze  delle PA e che riguardano il mondo della politica..

«Un ultimo appunto – prosegue Finzi – sulla carenza culturale: una considerazione condivisibile per quanto riguarda i comuni ma non per le pubbliche aziende sanitarie che, invece, sono perfettamente coscienti di quelle che hanno: negli ultimi 10 anni si è registrata una rapida accelerazione del processo conoscitivo del patrimonio immobiliare delle ASL: rimane, invece, il problema che non avendo avuto la possibilità di assumere tecnici ci può essere stata una sofferenza negli uffici, così come se ne registrano negli economati, e nelle direzioni sanitarie etc. Nel nostro sistema sanitario, comunque, abbiamo grandi professionisti che spesso prestiamo alle aziende private: tanto per fare un esempio, anche a fronte dell’ultima tendenza in campo medico di esternalizzare la sterilizzazione degli strumenti sanitari, molti medici professionisti avviati alla pensione si reinventano tecnici formatori nelle imprese di servizio che prendono in appalto la gestione della sterilizzazione ospedaliera».

Sulla questione-prezzo Finzi si dimostra d’accodo con le lamentele registrate dai colleghi, ma puntualizza la necessità di un confronto serio con il mondo della produzione. Troppo spesso le imprese sono pronte ad offrire Ferrari al prezzo delle Cinquecento. Il primo passo in questo senso – suggerisce Finzi – sarebbe quello di sedersi ad un tavolo di confronto e scoprire le proprie carte: ammetter una volta e per tutte che non esiste un solo capitolato ma tanti tipi di capitolato che variano in funzione del prezzo. Perché è vero la qualità costa ed il costo-prezzo variano. Un tavolo tecnico in cui si inizi a specificare quali prestazioni corrispondono effettivamente al prezzo proposto.

Infine, un ultima stoccata alle imprese sulla questione della formazione:«bisogna ammettere – spiega – che nel mondo delle imprese negli ultimi anni non c’è stata né fantasia né ricerca: è un mondo autoreferenziale, forse poco fertile dal punto di vista culturale: per questo riconosco ad AFED nella persona del suo Presidente Matteo Marino, il merito di aver tentato di diffondere la cultura del pulito nel settore: tuttavia da parte delle imprese non c’è stata la dinamica culturale che abbia assicurato loro uno sviluppo, a differenza del mercato delle lavanderie che si è inventato ex novo il grandissimo – e profittabilissimo- mercato della sterilizzazione, in virtù – non lo nego –della normativa europea».

Un’altra nota dolente è la formazione: le imprese non ne fanno abbastanza. «Non è plausibile che ad un direttore di presidio ospedaliero come me non bastino una laurea in medicina e chirurgia, una specializzazione in igiene e sanità pubblica, nonché la carica di responsabile delle pulizie … e che poi mi ritrovi ad interloquire con addetti assolutamente impreparati, che mancano addirittura delle necessarie competenze linguistiche per confrontarsi con i pazienti su qualunque tipo di segnalazione. Se per di più l’anziano degente parla il dialetto  bolognese e l’addetto l’arabo stretto…l’incomprensione è solo la punta dell’iceberg. A questo punto, il mio ruolo di tramite tra il direttore generale e l‘addetto alla pulizia diventa davvero un’impresa titanica». In definitiva dunque Finzi mette in luce la necessità di un momento di riflessione da parte della committenza nei confronti dell’industria, ma al contempo anche da parte delle imprese ci dev’essere più sperimentazione e più investimento in cultura.

Chiamato da Curcio a chiudere col suo intervento la parte relativa alla programmazione, cucendola con quella del controllo, Finzi affronta il tema del controllo partendo dal punto di criticità del metodo attuale: «Per la mia esperienza il metodo del controllo di risultato si è rivelato assolutamente fallimentare, perché nasce da un presupposto errato che rimanda concetto di livello di qualità., che non può esistere all’interno di un nosocomio: un ospedale o è sporco o è pulito». È  così che l’associazione A.N.M.D.O, di cui Finzi è Presidente in carica, ha studiato assieme al CERMET per due anni un diverso sistema che sta attualmente venendo dettagliato e sviluppato insieme agli economi.(si veda a proposito l’articolo di pg…) Un sistema che propone l’accreditamento dei cantieri: non si controlla più solo il risultato, ma di fatto tutto il processo di pulizia. Si verifica il rispetto del contratto direttamente sul cantiere, la conformità dell’impresa a tutti quegli elementi previsti: formazione, metodologia pulizia, la qualità dei materiali, e solo in ultima analisi il controllo del risultato. Questo tipo di metodo supera – secondo Finzi – quello attualmente in uso, dacché prevede la compartecipazione di igienisti, professionisti seri e tecnici del settore. In definitiva, dunque, non è più possibile valutare  le pulizie dal risultato: dev’esserci un processo di controllo globale, che coinvolga diverse fasi e figure professionali».

Matteo Marino: “AFED fornisce strumenti nell’interesse di tutti”

Il tema pone dei problemi che rimandano alla complessità dell’impostazione dei capitolati e delle gare in termini prestazionali e alla mancanza di riferimenti tecnici per la committenza e per le imprese. In questo Afed si è spesa molto proiettandosi con l’obiettivo di proporre delle strumentazioni che facciano da supporto tecnico-pratico.

AFED rappresenta i produttori degli  strumenti che le imprese utilizzano per eseguire le operazioni di pulizia: abbiamo una posizione strategica perché il lavoro delle nostre aziende consiste nello studio dei miglioramenti che si possono apportare alle macchine, alle attrezzature e ai prodotti chimici per renderli più performanti: la nostra posizione è inoltre caratterizzata dal fatto che siamo super partes, non entrando nel rapporto contrattuale fra il committente e l’impresa.

AFED si pone da sempre l’obiettivo di diffondere la cultura del nostro settore e di produrre strumenti per dare la possibilità alle imprese/committenza di avere degli standard di settore.

È importante, però, fare una postilla prima di entrare nel merito della questione: congruità non significa spendere di più bensì rapportare la spesa a quelle che sono effettivamente le operazioni richieste. Le imprese partecipano agli appalti indipendentemente dalla loro congruità, semplicemente perché è il loro mestiere e perché gli appalti vengono assegnati indipendentemente dalla loro congruità. Congruità significa rapportare quello che si spende a quello che si può effettivamente chiedere e questo ricopre un valore strategico anche per il tema del controllo. La committenza, infatti, non può controllare un’impresa che paga meno di quello che dovrebbe per i servizi che chiede: va da sé, infatti, che l’impresa cercherà di recuperare i margini non fornendo in maniera qualitativamente o quantitativamente adeguata tutti i servizi offerti.

Gli strumenti con cui stiamo cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica sono sostanzialmente di due tipi: il primo è l’indice di produttività, il Resario, si tratta di rese precise che salvaguardano comunque un margine di concorrenzialità alle imprese e che dettano a seconda degli appalti quelle che sono le possibili operazioni che possono essere effettuate con le frequenze medie (e/o ottimali) e le velocità esecutive che la più moderna tecnologia permette di ottenere. Già con questo semplice  strumento si potrebbe determinare per la maggior parte dei casi se il monte ore di un appalto è congruo o palesemente insufficiente. Siamo certi che sia importante operare per una diffusione capillare di questi strumenti sul territorio nazionale, affinché tutte le imprese abbiano validi riferimenti a loro disposizione. In quest’ottica abbiamo organizzato un tavolo di lavoro (il Comitato Permanente di Settore Pulizie Professionali) parallelo al TAIIS, che coinvolge le più importanti sigle delle imprese e la cui mission è appunto la condivisione di tutte quelle opere che possono conferire al settore dei punti di riferimento. Un primo obiettivo sarà pertanto la condivisione degli indici di produttività che, successivamente, cercheremo anche di far valutare anche alla committenza, come abbiamo già fatto con successo in campo ospedaliero con A.N.M.D.O.

Il secondo  punto sui cui stiamo lavorando  riguarda  la professionalità: e qui entra in gioco la formazione: formare le persone potrebbe avere come risultato ultimo quello di creare un tecnico professionale in grado di trovare impiego nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni» Un percorso coerente quello di AFED che mira a produrre strumenti per imprese e committenza in un’ottica che persegua la qualità del servizio.

La difesa di Giuliani: basta giocare sporco negli appalti di pulizia!

Per rispondere ad una provocazione latente da parte della committenza che vorrebbe imprese più coerenti che per prime si rifiutassero di partecipare a gare d’appalto con importi a base d’asta incongrui, la Presidente di ANIP/FISE puntualizza che:«le aziende sono obbligate a partecipare alle gare perché sono riferimento per tanta occupazione. Se le aziende smettessero, non darebbero stipendio ai propri lavoratori. Le aziende vogliono fare le gare perché questo è nel DNA della figura dell’imprenditore: l’obiettivo al risveglio ogni mattina è quello di portare a casa un business per dare occupazione ai propri dipendenti. Oggi, invece, gli imprenditori la mattina escono con l’obiettivo di trovare banche che siano disposte a finanziare affinché si possano coprire le spese, e questo è tutto un altro mestiere. Il nocciolo del problema non è stabilire se e quando le imprese debbano partecipare, ma assicurarsi che il legislatore assicuri a tutti un’equa possibilità di partecipazione. Le imprese chiedono dunque che venga precisato il contratto di riferimento e che i costi da sostenere siano uguali per tutti. In questo contesto, sollecitiamo peraltro una funzione coercitiva da parte dell’Autorità di Vigilanza che invece oggi svolge più che altro una funzione d’indirizzo. Oggi esistono moltissime gare che hanno dei requisiti quantomeno strani, per usare un eufemismo: ancora oggi compare, soprattutto nei bandi della committenza sanitaria, il requisito di fatturato analogo come prerequisito di accesso alla gara. Probabilmente il concetto del fatturato analogo intendeva riferirsi all’esperienza dell’impresa in quel tipo di servizio che un’impresa doveva possedere per poter concorrere ad un appalto in sanità. Ma siccome le imprese hanno un tipo di contratto che prevede l’obbligo dell’assunzione del personale che in quel momento svolge il servizio, che si presume sia già formato: quindi presumibilmente ogni azienda è in grado di partecipare ad una gara dacché assume del personale già qualificato per quel tipo di servizio. Quindi il valore aggiunto che deve mettere ogni azienda è l’organizzazione del servizio, che è una cosa diversa. E tuttavia le imprese oggi si trovano a non poter partecipare ad una serie di gare perché non hanno i fatturati analoghi, un limite di partecipazione che esclude anche grandi aziende con fatturati di riferimento non esattamente trascurabili.

Inoltre, si assiste ad una serie di gare in cui si accorpano una serie di servizi dei più vari: molte amministrazioni continuano ad accorpare una serie di servizi che hanno origini diverse: E cosa può fare un’azienda quando vede una gara di questo tipo? Non può che costruire un ATI (associazione temporanea di impresa) con qualche partner specializzato, salvo poi leggere nel disciplinare di gara che paradossalmente entrambe le aziende devono possedere tutti i requisiti per quella gara: un controsenso rispetto alla scelta di costituire un ATI. Una serie di tecnicismi, che presumibilmente vengono costruiti con altri obiettivi, finiscono dunque per inficiare uno spirito imprenditoriale sano. Quello che oggi appare del tutto prioritario è la necessità di porre l’accento sulla valutazione, per cui la committenza, invece di limitare preventivamente l’accesso alle gare, si adoperi ad effettuare una rigida valutazione in fase di aggiudicazione».

Per rispondere ad una provocazione latente da parte della committenza che vorrebbe imprese più coerenti che per prime si rifiutassero di partecipare a gare d’appalto con importi a base d’asta incongrui, la Presidente di ANIP/FISE puntualizza che:«le aziende sono obbligate a partecipare alle gare perché sono riferimento per tanta occupazione. Se le aziende smettessero, non darebbero stipendio ai propri lavoratori. Le aziende vogliono fare le gare perché questo è nel DNA della figura dell’imprenditore: l’obiettivo al risveglio ogni mattina è quello di portare a casa un business per dare occupazione ai propri dipendenti. Oggi, invece, gli imprenditori la mattina escono con l’obiettivo di trovare banche che siano disposte a finanziare affinché si possano coprire le spese, e questo è tutto un altro mestiere. Il nocciolo del problema non è stabilire se e quando le imprese debbano partecipare, ma assicurarsi che il legislatore assicuri a tutti un’equa possibilità di partecipazione. Le imprese chiedono dunque che venga precisato il contratto di riferimento e che i costi da sostenere siano uguali per tutti. In questo contesto, sollecitiamo peraltro una funzione coercitiva da parte dell’Autorità di Vigilanza che invece oggi svolge più che altro una funzione d’indirizzo. Oggi esistono moltissime gare che hanno dei requisiti quantomeno strani, per usare un eufemismo: ancora oggi compare, soprattutto nei bandi della committenza sanitaria, il requisito di fatturato analogo come prerequisito di accesso alla gara. Probabilmente il concetto del fatturato analogo intendeva riferirsi all’esperienza dell’impresa in quel tipo di servizio che un’impresa doveva possedere per poter concorrere ad un appalto in sanità. Ma siccome le imprese hanno un tipo di contratto che prevede l’obbligo dell’assunzione del personale che in quel momento svolge il servizio, che si presume sia già formato: quindi presumibilmente ogni azienda è in grado di partecipare ad una gara dacché assume del personale già qualificato per quel tipo di servizio. Quindi il valore aggiunto che deve mettere ogni azienda è l’organizzazione del servizio, che è una cosa diversa. E tuttavia le imprese oggi si trovano a non poter partecipare ad una serie di gare perché non hanno i fatturati analoghi, un limite di partecipazione che esclude anche grandi aziende con fatturati di riferimento non esattamente trascurabili.

Inoltre, si assiste ad una serie di gare in cui si accorpano una serie di servizi dei più vari: molte amministrazioni continuano ad accorpare una serie di servizi che hanno origini diverse: E cosa può fare un’azienda quando vede una gara di questo tipo? Non può che costruire un ATI (associazione temporanea di impresa) con qualche partner specializzato, salvo poi leggere nel disciplinare di gara che paradossalmente entrambe le aziende devono possedere tutti i requisiti per quella gara: un controsenso rispetto alla scelta di costituire un ATI. Una serie di tecnicismi, che presumibilmente vengono costruiti con altri obiettivi, finiscono dunque per inficiare uno spirito imprenditoriale sano. Quello che oggi appare del tutto prioritario è la necessità di porre l’accento sulla valutazione, per cui la committenza, invece di limitare preventivamente l’accesso alle gare, si adoperi ad effettuare una rigida valutazione in fase di aggiudicazione».

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Ritardo pagamenti PA

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Successo per il seminario sul nuovo CCNL a Bari

Successo per il seminario sul nuovo CCNL a Bari

Riuscita iniziativa quella che si è tenuta a presso Legacoop a Bari lo scorso 17 gennaio, sul tema del nuovo contratto di lavoro del settore pulizie e multiservizi, organizzata da Legacoop Puglia e Scuola Nazionale Servizi. Di fronte ad una platea composta da cooperative ed imprese private il docente Gianfranco Piseri...

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Puliamo il nostro paese!

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 Al via il contest fotografico on-line promosso da Afidamp in occasione di “Forum Pulire, Pulizia come Valore Assoluto”, il primo congresso nazionale che riunisce il sistema dei servizi integrati.   Che paese è l’Italia? Quello di Dante o quello di Gomorra? Quello del wireless o quello delle file agli sportelli? Quello del...

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