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Dodici anni dopo: quale futuro per le aziende di servizi?
4 febbraio 2009
(tratto da: “GSA” n.2, Febbraio 2009)
A 12 anni dallo storico convegno “Imprese di pulizia: quale futuro?”organizzato a Pulire 1997 da un giovanissimo GSA, è il momento di porsi la medesima domanda. E se è vero che i nuovi contratti “multiservizi” hanno allargato l’offerta, molti problemi sono ancora in attesa di soluzione. E gli scenari si sono fatti ancora più complessi.
Dodici anni sono pochi o sono tanti, dipende da come li si guarda. E questa è storia nota. Ma cosa sono dieci anni per un settore come quello delle pulizie professionali, un comparto relativamente giovane in cui ancora i punti interrogativi sono, forse, più delle certezze consolidate? Il cleaning italiano, si sa, sta percorrendo la non facile strada verso una strutturazione di filiera più organica e meno frammentata, verso un allargamento del ventaglio dell’offerta, verso una crescente professionalizzazione e, non ultimo, sta cercando di dare un’immagine di sé che si allontani sempre più da quella del comparto umile, improvvisato e degno di scarsa considerazione.
Pulire, giugno 1997: l’inizio di un cammino
Verona. Pulire 1997, mattina del 5 giugno: un giovanissimo Giornale dei Servizi Ambientali, nato da pochi mesi ma già desideroso di affermarsi come grande protagonista dell’informazione e della cultura di settore, organizzava in Sala Rossini una tavola rotonda destinata a fare storia: il tema era “Imprese di pulizia: quale futuro”, e gli intervenuti rappresentavano l’intera filiera. Si parlava di più di trentamila realtà, tra società di capitale, coop e imprese artigiane, strette nella morsa di problemi (già allora) che rispondevano al nome di lavoro nero, concorrenza sleale, ritardi nei pagamenti della PA, deregulation, formazione e cultura. Erano i temi caldi allora, sono stati per tutti questi anni oggetto di osservazione ravvicinata da parte di diversi soggetti del settore e della stampa tecnica, e di fatto sono alcuni dei problemi che anche oggi affliggono il comparto. Cosa è cambiato da allora? Senza mezzi termini, si può dire che molto sia cambiato, ma perlopiù in peggio. In breve, lo scenario si è fatto ancora più intricato. A fronte di un notevole ampliamento dei servizi offerti (e offribili) dalle imprese, forti dal 2001 di una piattaforma contrattuale “multiservizi”, certo non è stato risolto il problema dell’irregolarità, e men che meno quello dei pagamenti in ritardo: questioni che, semmai, si sono fatte ancora più urgenti in un momento, come questo, di crisi generalizzata. In aggiunta, ad aggravare il quadro sono arrivati altri elementi non certo incoraggianti. La perdita del TFR, ad esempio; ma anche la crescente pressione fiscale e l’avvento di Basilea 2: tutti provvedimenti che concorrono ad assottigliare la disponibilità di capitale da parte delle imprese, e che calate in un tessuto fatto in stragrande maggioranza da realtà piccole scendono come una mannaia implacabile. L’aggravio dei costi aziendali è poi ascrivibile anche a provvedimenti sacrosanti, come l’applicazione delle norme di sicurezza, ma anche le certificazioni (che nel 1997 venivano prospettate come un must per l’immediato futuro), la formazione, gli investimenti in cultura di settore. Il giro di vite sulla responsabilità solidale ha rappresentato un altro elemento di criticità (le fideiussioni da rilasciare alla clientela), e a rincarare la dose ci hanno pensato, dall’interno, i grandi soggetti imprenditoriali che, caso unico in Europa, hanno cominciato a praticare intermediazione “dall’alto” aggiudicandosi appalti di servizi ad alto contenuto di manodopera con basse marginalità.
I rinnovi contrattuali: pulizia, global service, facility management
Cominciamo dalle note positive: in questi anni il contratto di categoria si è evoluto, ed è divenuto una piattaforma sempre più aperta e flessibile. Un momento di svolta per il nostro settore è senz’altro la notte tra il 24 e il 25 maggio del 2001, quando venne firmato dalle parti il primo CCNL “Multiservizi” (chi non ricorda l’ormai “mitico” libretto nero-arancio?) che prevedeva, oltre ai semplici lavori di pulizia-manutenzione, tutta una lunga serie di attività svolte dalle imprese presso le Pubbliche Amministrazioni e soggetti privati, oltre naturalmente a uno sterminato elenco di figure professionali anche molto lontane da quella del semplice “pulitore”. Un ulteriore passo in direzione del facility management è stato poi fatto nel successivo rinnovo del 2007, con l’allargamento agli “addetti ad altre attività ausiliarie in ambito scolastico e sanitario”. A quel rinnovo partecipò inoltre, in veste ufficiale, Anid, associazione nazionale delle imprese di disinfestazione. Un CCNL sempre più aperto ha quindi traghettato il settore nell’evoluzione dalla semplice attività di pulizia e manutenzione ambientale al più articolato global service (affidamento a terzi di un pacchetto di servizi con contratto di risultato), e da quest’ultimo all’ancora più complesso facility management (gestione integrata della pluralità dei servizi e dei processi non rientranti nel core business di un’organizzazione ma necessari per il suo funzionamento.). Fu, insomma, il primo passo di una svolta epocale e davvero “qualitativa” nel comparto: quella che aprì alle imprese gli orizzonti dei servizi integrati.
Un panorama ancora frammentato
Ma non mancano aspetti negativi: già allora, in quella tavola rotonda del 1997, si lamentava l’eccessiva frammentazione del panorama imprenditoriale del cleaning. Nell’UE di allora c’erano 60.000 imprese, e la metà aveva sede in Italia: perlopiù aziende individuali o piccolissime, molte delle quali evidentemente non strutturate per offrire servizi professionalmente all’altezza. E anche qui, la domanda è sempre la stessa: cosa è cambiato?
Poco, si può dire: la debolezza che si avvertiva allora è ancora presente, anzi, aggravata. Le imprese presenti in Italia, anche se le stime sono sempre approssimate, si contano nell’ordine delle trentamila, il 90% delle quali piccole, piccolissime e non sempre in grado, per la verità, di dare le giuste garanzie in termini qualitativi ma anche finanziari. Non è mancato e non manca chi invoca lo spauracchio di Basilea 2 come la celebre “scopa” di manzoniana memoria: un’epidemia pestifera in grado di spazzar via tutti i soggetti che fino all’altro ieri erano riusciti a “barcamenarsi” e a “galleggiare” in acque più o meno cattive. D’altra parte le imprese di piccole dimensioni, lo si voglia o no, rappresentano un nerbo essenziale della nostra economia (e non solo, peraltro, nel settore del cleaning). Un cul-de-sac da cui non è facile uscire. L’unica cosa certa è che le imprese, soprattutto ultimamente, navigano sotto un cielo che promette bufera, strette come sono nella morsa di una serie di elementi sfavorevoli.
I tanti mali del settore
Quali? Purtroppo non c’è che l’imbarazzo della scelta, sono talmente tanti (e gravi) che riesce difficile addirittura trovare un criterio per dettagliarli. La perdita del TFR, innanzitutto, è ormai questione trita ma non per questo meno allarmante. Come tutti gli addetti ai lavori sanno, il progressivo accantonamento costituiva un’importante cespite di autofinanziamento, importantissimo a maggior ragione perché un’impresa di pulizia, che ha nel personale l’80 per cento (e la stima è in difetto…) dei costi, non ha praticamente nessuna possibilità di dilazionare i pagamenti. In termini più semplici e crudi: gli stipendi a fine mese vanno pagati!
A questo si aggiunge la pressione fiscale crescente, che provoca anche nelle imprese di servizi, come nel resto dell’economia italiana, una cronica mancanza di capitali propri. Numerose sono le imprese anche di medie dimensioni che stanno cercando acquirenti proprio perché strette nella morsa degli oneri fiscali. Per ricordare soltanto uno dei mille problemi, l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive (Irap) va colpire, come è noto,tra l’altro, il reddito al lordo del costo del personale, gravando in particolar modo su imprese ad alta intensità di manodopera e riducendone la redditività. Proprio il caso delle imprese del nostro settore.
Punto terzo, la politica di saving di molti soggetti pubblici e i proverbiali ritardi nei pagamenti della PA: è evidente che in un momento di crisi le aziende private cerchino di risparmiare, ed è quasi fatale che una fetta di “saving” vada a ricadere sui servizi. Chi lavora con il pubblico, poi, deve essere ancora più corazzato: come poter fare affidamento su pagamenti che arrivano sì, ma dopo trecento, cinquecento o addirittura settecento (!) giorni? Altrove non va così…
Irregolarità diffusa
Un ulteriore denominatore comune fra la situazione attuale e quella di dodici anni fa risiede nell’irregolarità diffusa nel settore, secondo solo a quello dell’edilizia in questa graduatoria non certo virtuosa. Ormai, ed è un dato di fatto per quanto paradossale, il panorama delle imprese di pulizia non si distingue più sulla base della ragione sociale e di statuto dell’impresa stessa (società di capitali, coop, impresa artigiana, ecc.), ma sulla scorta della regolarità o meno dei soggetti imprenditoriali. L’auspicio, da più parti, è che il legislatore prenda provvedimenti e che il settore faccia fronte comune e le stazioni appaltanti siano più attente in fase di selezione dei fornitori di servizi. Niente di nuovo sotto il sole, e lo diciamo con la tristezza e il rammarico di chi sa che molte occasioni sono andate perdute.
Responsabilità in solido, adempimenti burocratici
La responsabilità solidale, in questo scenario, rappresenta un’altra mannaia per le imprese, costrette,in molti casi, a rilasciare fideiussioni a favore dei clienti a titolo di mallevadoria per i rischi economici connessi alla responsabilità in solido. Occorre dire che quest’ultima è per il nostro settore un elemento di forte criticità, in ragione dell’estrema complessità dei rapporti fra appaltante e appaltatori. Spesso, una piramide di società appaltatrici riconduce il lavoro a condizioni difficilmente controllabili, ove non addirittura irregolari. E’ un dato di fatto da non sottovalutare –e che fa certamente riflettere- che la maggior parte dei gravi incidenti sul lavoro avvenga proprio in società che lavorano per conto terzi. E che dire, poi, degli adempimenti burocratici sempre più gravosi cui le imprese sono quotidianamente tenute? Un onere molto pesante per imprese che devono gestire un personale numeroso.
Quando i grandi gruppi sono (solo) intermediari
Un altro aspetto di criticità, che si è senza dubbio acuito in questo decennio, è legato al ruolo di grandi gruppi che, caso unico in Europa, si propongono come semplici main contractors di più servizi, ossia intermediari dall’alto che non si occupano poi direttamente della prestazione del servizio di pulizia e della sua governance. Questi gruppi si aggiudicano appalti di servizi ad alto contenuto di manodopera con bassa marginalità, il che mette poi in difficoltà le imprese subappaltanti, costrette a lavorare con margini irrisori e in molti casi sono spinte all’illegalità.
I pregiudizi culturali: un problema in via di superamento?
Veniamo, last but not least, ai pregiudizi culturali. Fiumi di parole, anche e soprattutto negli ultimi dieci anni, sono state immolate sull’altare della cultura di settore. Parole a cui hanno fatto seguito importanti investimenti. Eppure, nonostante questo, la figura del “pulitore” è ritenuta poco professionale, improvvisata, e il lavoro di chi pulisce è ancora ritenuto umiliante. Questo atteggiamento deve essere necessariamente superato: chi pulisce è un professionista, e il prodotto finale di un buon lavoro di pulizia è un valore, e non un male necessario, né tantomeno un costo continuamente comprimibile. E forse è proprio questo il punto di svolta: quando al pulitore verrà riconosciuta una reale professionalità, allora tutto potrà cambiare, e l’intera filiera cadrà sotto una luce totalmente differente. E’ un compito gravoso che spetta, in primo luogo, ai protagonisti del settore: sta a loro crescere e svilupparsi anche sotto il profilo culturale, ma occorre riconoscere che si tratta di un processo di lungo periodo. Consolante è il fatto che la strada che si sta percorrendo è quella giusta: in questi dieci anni la stampa tecnica sta facendo molto per sviluppare una cultura di settore, per creare reti e network di informazioni, per sviluppare un know-how consolidato e condiviso. Almeno a questo riguardo, c’è forse di che essere ottimisti.
Simone Finotti
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