igiene urbana
Napule è…
5 ottobre 2008
(Tratto da “GSA Igiene Urbana” n.4, Ottobre-Dicembre 2008)
Sembrerebbe che in Campania tutto sia stato risolto, brillantemente ed in tempi assai brevi, e in effetti chi scendesse a Napoli oggi avrebbe la sensazione che l’emergenza rifiuti, che da tanti anni tiene in scacco la città e l’intera regione, sia davvero risolta. Ma è proprio così?
58 giorni sono stati sufficienti per riportare Napoli in Europa, in meno di due mesi il Governo in carica ha risolto il problema dell’emergenza rifiuti della Campania, una emergenza che si trascinava da 14 anni o, per chi ha buona memoria, da ancor più tempo, se è vero, come è vero, che di “emergenza rifiuti” già si parlava al tempo del colera, 35 anni or sono!
Già, è vero, dal centro di Napoli sono sparite le cartacce per strada, le strade del capoluogo appaiono dignitosamente ripulite, nuovi sbocchi sono stati individuati ed attivati per lo smaltimento delle 7.000 tonnellate di rifiuti che giornalmente si producono in Campania, insomma qualcosa di concreto sembra davvero che sia stato fatto.
Ma credo che le cose da fare siano ancora molte, e che l’emergenza rifiuti nella regione debba ancora scontare parecchi problemi prima di poter essere dichiarata definitivamente superata.
Proviamo a riflettere su alcuni aspetti, che non saranno certo esaustivi né potranno fornire risposte definitive, ma che potranno aiutarci a capire che cosa è stato fatto, ma soprattutto che cosa ancora manchi da fare per riportare davvero Napoli e la Campania in Occidente.
* * * * *
“Ecoballe” è il fin troppo esplicito titolo di un libro recentemente pubblicato da Aliberti Editore, e scritto da Paolo Rabitti.
Di ciò che non si conosce, non si deve parlare, ma l’autore, ingegnere, urbanista, docente universitario, ricercatore, è stato altresì consulente tecnico della Procura di Napoli, e dunque parla dall’alto di una conoscenza dei problemi che è sicuramente di prim’ordine. In questo libro-documento-denuncia, Rabitti racconta con dovizia di particolari la storia assurda dell’appalto assegnato 10 anni or sono ad Impregilo per la realizzazione e la gestione del sistema integrato dei rifiuti urbani della Campania. Rabitti conosce molto bene tutti i risvolti di una vicenda che ha fatto sì che si siano prodotte negli ultimi dieci anni emergenze su emergenze, ma che soprattutto ha portato alla erezione di una infinità di piramidi azteche, realizzate non già con pietre o altri materiali da costruzione, bensì appunto accumulando le une sulle altre milioni di “ecoballe”, che altro non sono che enormi “pacchi” di rifiuti, del peso suppergiù di una tonnellata l’uno, rifiuti impropriamente chiamati CDR, ovvero combustibile derivato dai rifiuti, ma che CDR non sono e che di “eco” hanno davvero ben poco.
Rabitti ci spiega con grande chiarezza come si sia potuti passare dall’ordinanza ministeriale 2774, 31 marzo 1998, dell’allora Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano (ordinanza che prevedeva l’attivazione della raccolta differenziata con l’obbligo di arrivare al 35% entro il 2000, la realizzazione di impianti per la produzione di CDR entro il 1998 e entro il 2000 gli inceneritori per utilizzare il CDR stesso al fine di produrre energia, in altre parole un moderno modello di gestione), attraverso una drammatica serie di violazioni, al disastro ambientale di 7 milioni (sì, avete letto bene, sette milioni!) di ecoballe, o se preferite sette milioni di tonnellate di rifiuti, accatastate qua e là su terreni sottratti in maniera non sempre così chiara alle loro destinazioni originarie, per farne delle vere e proprie discariche a cielo aperto, sia pure eufemisticamente definiti siti di stoccaggio provvisorio. Siti di stoccaggio, ovvero terreni agricoli talora acquistati a prezzi di saldo (magari facendo un poco di…pressione su contadini riottosi) da società che poi li rivendevano a cifre anche 50 volte più alte al Commissariato per l’emergenza rifiuti o alla Fibe, la società dell’Impregilo che doveva smaltire i rifiuti.
Rabitti chiama in causa, oltre a Impregilo, politici di ogni colore, chiama in causa l’ABI, Associazione Bancaria Italiana, chiama in causa professionisti e consulenti di ogni risma, commissari e sub-commissari e dimostra come, a suo avviso, si sia scientemente sabotato il progetto del Ministro Napolitano, che “…minaccia l’enorme viluppo di interessi legati allo smaltimento dei rifiuti in Campania…” in quanto “…prefigura un sistema di gestione del ciclo dei rifiuti che ridurrebbe la libertà d’azione di chi lucra sull’emergenza…”.
Venire a capo di questa vicenda drammatica è affare della magistratura, ma è un fatto che oggi la vera emergenza, o quanto meno una delle vere emergenze non è tanto il sacchetto di carta in piazza Plebiscito quanto la presenza sul territorio della Regione Campania di sette milioni di tonnellate di rifiuti, montagne di rifiuti che inquinano l’aria, la falda, tutto ciò che le circonda, e che richiederanno tempi lunghissimi e costi esorbitanti per essere smaltite.
Ma non è finita.
Un’altra delle emergenze reali, strutturali vorrei dire, è rappresentata dall’enorme ritardo della Campania per quanto riguarda lo sviluppo della raccolta differenziata: ho ricordato più sopra come l’ordinanza 2774 del marzo 1998 imponesse la sua attivazione, in perfetta sintonia con il dettato del Decreto Ronchi emanato solo un anno prima.Ma bisognerebbe ricordare come ripetutamente, quasi ossessivamente, ogni anno, in occasione della presentazione del Rapporto Rifiuti redatto da APAT (il braccio operativo, se così si può dire, del Ministero dell’Ambiente) e l’ONR (Osservatorio Nazionale Rifiuti), venisse sottolineato il grave ritardo di tutto il Sud Italia e in particolare della Campania nell’attivazione dei piani per la raccolta differenziata, sempre sottolineando il contrasto tra l’attivismo di Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e dall’altra parte il “sonno” del meridione. Tra le cause di questo gravissimo, colpevole ritardo ci sono anche, a detta di Rabitti, le “prescrizioni” dell’ABI, che di fatto ponevano una sorta di veto a qualsivoglia iniziativa in quella direzione. Ma non si può negare che vi siano anche state gravi omissioni dovute a mancanza di sensibilità, a superficialità, a disinteresse (o peggio a interessi…), da parte di tanti amministratori della cosa pubblica: e a dimostrazione di ciò, vi sono i brillanti risultati ottenuti in quelle realtà che si sono sottratte a questa morsa ed hanno avviato programmi di raccolta differenziata che hanno prodotto, anche in Campania, risultati “nordici”. Basti pensare a ciò che accade nella provincia di Salerno, o in alcuni comuni particolarmente virtuosi, come ad esempio Mercato San Severino, Bellizzi e parecchi altri. A dispetto di chi con superficialità, faciloneria e un pizzico di razzismo attribuisce i ritardi allo scarso senso civico dei “terroni”. In altre realtà, valga per tutte l’esempio clamoroso del capoluogo, si sono spesi non pochi quattrini per avviare, o per fingere di avviare, programmi di raccolta differenziata miseramente franati o fatti franare per l’improntitudine (o peggio) di chi avrebbe dovuto gestire con competenza, mezzi, potere decisionale questa inderogabile partita. Ora a Napoli è in corso l’ennesima sperimentazione, su zone campione, dell’ennesimo progetto basato sulla raccolta porta a porta: speriamo in bene!
Ma non è finita.
Un coraggioso giornalista, Paolo Chiariello, ha pubblicato all’inizio di quest’anno, un libro-indagine dal titolo anch’esso molto eloquente, “Monnezzopoli”, sottotitolo “La grande truffa” (Tullio Pironti Editore).
Naturalmente anche lui non può fare a meno di occuparsi di “ecoballe”, che a suo dire rappresentano l’emergenza nell’emergenza rifiuti della Campania, anche perché “…messe una sopra l’altra tutte queste balle di rifiuti prodotte finora formerebbero una base grande almeno quanto l’intera area di Ground Zero e in altezza supererebbero i 4000 metri del monte Rosa…”.
Ma analizzando il come si è giunti a questo punto, Chiariello pone l’accento sul ruolo svolto dal Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti, una struttura extra ordinem costituita oltre 14 anni fa, che egli assimila alle famigerate Partecipazioni Statali, per la incredibile capacità di sperperare migliaia di miliardi di vecchie lire, con il risultato che oggi in Campania, il territorio più sporco d’Italia e d’Europa, vi è un addetto ai rifiuti ogni 400 abitanti, ovvero suppergiù il triplo della media nazionale.Ma come ho già detto più sopra, questa massa di addetti produce un risultato assolutamente risibile, che pone la Campania agli ultimissimi posti della graduatoria, assai lontana dal 45% circa di raccolta differenziata prodotto ad oggi nelle regioni del nord Italia. Chiariello si rifà a cifre ufficiali, desunte dalle dichiarazioni dei ben 18 consorzi istituiti proprio per fare la raccolta differenziata, ma cifre non ufficiali ricavate da altre fonti confermerebbero che gli addetti ai rifiuti e alla raccolta differenziata in Campania sarebbero in realtà molti di più, qualcosa che assomiglia a più o meno 25/30.000 persone a libro paga! E questa è certamente un’altra colossale emergenza, non vi è alcun dubbio: Chiariello infatti accompagna la sua indagine con la citazione di una inchiesta svolta dal giornalista RAI Bernardo Iovene, per la trasmissione Report, inchiesta nel corso della quale Iovene pone alcune domande a un gruppo di dipendenti di un consorzio:
Che cosa fate nel corso della vostra giornata di lavoro? Niente!
E perché non fate qualcosa, perché non lavorate? Siamo senza mezzi. E poi nessuno ci dice quello che dobbiamo fare!
Quanto guadagnate per non fare niente? Dipende: dai 1.200 ai 1.400 euro!
Stiamo parlando di una cifra mostruosa, 35/40 milioni di euro al mese, suppergiù mezzo miliardo di euro all’anno, cui aggiungere contributi previdenziali, TFR eccetera. “…l’impressione – scrive Chiariello – è che in tanti in questi anni, dal più umile dei lavoratori socialmente utili al professionista che si è arricchito con consulenze ben remunerate prestate al Commissariato di governo, abbiano lavorato per l’emergenza, non per estirparne le radici. I motivi? Il loro portafoglio, il loro lavoro, è legato a filo doppio ai soldi stanziati per l’emergenza rifiuti…”. E tutto ciò per avere il territorio più sporco d’Italia e d’Europa!
La pletora di addetti inutili, nullafacenti, che gravano sulle spalle dei contribuenti senza dare alcunché in cambio (non necessariamente per loro esplicita volontà, sia chiaro), è di certo un’altra forma di emergenza.
Ma non è finita.
Fino ad ora non si è parlato di camorra, del ruolo che la camorra ha avuto ed ha in tutta la vicenda dei rifiuti in Campania. La camorra ha avuto ed ha un ruolo assai rilevante nella gestione dei rifiuti nella regione. Sempre il coraggioso Chiariello fa risalire l’inizio di questo pesante coinvolgimento addirittura al terremoto del novembre 1980. Perché? È semplice: la ricostruzione ha consentito che alla camorra o a suoi prestanome venissero appaltate molte opere pubbliche, per la cui realizzazione occorreva realizzare cave dalle quali attingere i materiali necessari: ma queste cave dovevano poi essere riempite, e come si poteva vantaggiosamente riempirle se non scaricandovi monnezza? Facile, no? E, soprattutto, perché limitarsi a smaltire i rifiuti urbani, quando si potevano moltiplicare all’infinito i proventi dell’attività versando nelle cave i rifiuti industriali, tossici, nocivi, pericolosi, che soprattutto le aziende del Nord producevano e che dovevano essere smaltiti dalle aziende stesse, nel rispetto delle leggi esistenti, a costi ovviamente molto elevati? “…dottò, non faccio più droga – dichiara un pentito al magistrato che lo interroga – no, adesso ho un altro affare. Rende di più e soprattutto si rischia molto meno. Si chiama monnezza, dottò. Perché per noi la monnezza è oro…”.
Nel clan dei Casalesi militano probabilmente personaggi che hanno una visione molto lucida del business: così si inventa un fantastico moltiplicatore del già ricchissimo affare dei rifiuti industriali, basta fare in modo che i nuovi assi viari da realizzare coi soldi della ricostruzione post-terremoto vengano realizzati a quote diverse dal piano campagna, ovvero su viadotti! In questo modo, si ricavano più quattrini dalla ricostruzione, perché della camorra sono i mezzi di trasporto, gli escavatori eccetera, ma oltre a ciò occorre più materiale, occorrono più buche e dunque aumenta lo spazio disponibile per depositarvi i rifiuti pericolosi delle industrie del Nord, rifiuti che con perizia cartacea vengono “ripuliti”, affinché queste ultime possano dimostrare di averli smaltiti correttamente.
Facile, no? L’inquinamento che ne deriva? E chissenefrega!
Oggi la Regione Campania, ed in particolare il litorale Domiziano e l’agro Aversano, è infestata da centinaia e centinaia di queste cave illegali, nelle quali è seppellito di tutto: la falda è inquinata, i terreni sono inquinati, la frutta è avvelenata: ricordate il film Gomorra, tratto dall’omonimo libro di Saviano? Ricordate la scena della vecchia contadina che regala al boss una cassetta di pesche, cassetta che il boss si affretta a gettare, ben sapendo di quale concime si sia arricchito il terreno sul quale le pesche stesse erano state coltivate?
È proprio Roberto Saviano, nelle pagine del suo oramai famosissimo libro, a ricordarci che “…la zona più colpita dal cancro del traffico di veleni si trova tra i comuni di Grazzanise, Cancello Arnone, Santa Maria la Fossa, Castelvolturno, Casal di Principe…e nel perimetro napoletano di Giugliano, Qualiano, Villaricca, Nola, Acerra e Marigliano. Nessun’altra terra nel mondo occidentale ha avuto un carico maggiore di rifiuti, tossici e non tossici, sversati illegalmente. Grazie a questo business, il fatturato piovuto nelle tasche dei clan e dei loro mediatori ha raggiunto in quattro anni quarantaquattro miliardi di euro…le campagne del napoletano e del casertano sono mappamondi della mondezza, cartine al tornasole della produzione industriale italiana…ogni scarto di produzione e d’attività ha la sua cittadinanza in queste terre…”. Soltanto nel sito in località Schiavi, si stima siano stati smaltiti rifiuti per oltre un milione di tonnellate, e di questi almeno un quarto sarebbe costituito da rifiuti tossico-nocivi.
Questa è una vera, grande emergenza: migliaia di discariche illegali da bonificare, se vogliamo ridare alla Campania un ambiente più sano.
Ma non è finita.
In Campania, o almeno in quelle aree della Campania più direttamente interessate dalla presenza di discariche abusive, l’indice di mortalità per tumori (al fegato, alla vescica, alla prostata, allo stomaco e così via) è molto più alto rispetto agli indici nazionali: sostanze cancerogene, diossina, sostanze radioattive sono state seppellite senza alcun ritegno dai Casalesi e associati, la leucemia è assai diffusa. Le greggi sono state sterminate. Le malformazioni fetali, nell’uomo e negli animali, sono frequenti. La diossina si concentra nel latte….Gli effetti della gestione dei rifiuti in Campania sulla salute della popolazione sono terrificanti. Uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, insieme con l’Istituto Superiore di Sanità, il CNR e la Regione Campania, afferma tra l’altro che “…le analisi hanno consentito l’identificazione di un’area nella quale la mortalità generale e i tassi specifici per diverse patologie tumorali sono particolarmente elevati rispetto ai valori regionali. Questa zona comprende alcuni comuni della parte sud-orientale della provincia di Caserta…e alcuni ad essi limitrofi della parte settentrionale della provincia di Napoli…”.Per quanto riguarda invece le malformazioni congenite, le aree evidenziate sono parte dell’Agro Aversano e del litorale Domitio Flegreo, l’area di Napoli e del suo Nord-Est: guarda caso, sono proprio le aree più sopra descritte come quelle in cui più forte che altrove si è concentrato il business delle discariche abusive! È pur vero che lo stesso studio, con estrema prudenza, ritiene difficile stabilire la corrispondenza tra gli eccessi evidenziati e l’esposizione alle situazioni di degrado denunciate; è pur vero che le conclusioni del documento “Salute e rifiuti in Campania”, del Commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti in Campania, sono che “…la cosiddetta ‘epidemia di malasalute da rifiuti’…non trova sostegno in questi dati…questo non può però escludere l’esistenza di particolari situazioni di esposizioni a sostanze chimiche provenienti da rifiuti tossici non correttamente e legalmente smaltiti, che hanno potuto colpire limitati gruppi di persone in situazioni particolari…”; e tutto ciò indubbiamente è utile a non diffondere eccessivi allarmismi nella popolazione; ma insomma un nesso di causalità deve pur esistere, se “…nell’area dove sono stati sversati i rifiuti industriali – afferma il collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo – persino i topi che si avvicinavano alle discariche morivano in poco tempo…”. E se non è emergenza questa…
* * * * *
Torniamo ora ai rifiuti napoletani: già in passato avevamo assistito all’accumularsi dei rifiuti per le strade di Napoli e non solo, già in passato emergenze di quel tipo erano state risolte in tempi relativamente brevi; bastava che si chiudesse, per qualunque motivo, uno degli impianti di cosiddetto CDR, perché i rifiuti napoletani rimanessero per strada, non sapendo dove altro portarli; ma bastava che l’impianto stesso venisse riaperto, o che si trovasse una nuova discarica, perché i rifiuti come per incanto sparissero.
Il fatto è, che la Campania avrebbe bisogno di affrontare e risolvere la gestione dei rifiuti attraverso scelte strategiche chiare e precise, dandosi finalmente un piano industriale serio, rispettando le gerarchie d’intervento previste dall’UE e fatte proprie dalla normativa nazionale, gerarchie che prevedono prioritariamente la riduzione della produzione dei rifiuti e il recupero e riciclaggio di materia; soltanto dopo, si può pensare al recupero di energia, mentre la discarica dovrebbe assumere un ruolo assolutamente residuale, in altre parole in discarica dovrebbero andare soltanto i residui delle lavorazioni precedenti. Ciò vuol dire, a grandi linee:
- varare misure atte a ridurre la produzione di rifiuti (ad esempio reintroducendo i vuoti a rendere, o la vendita di prodotti alla spina e così via),
- avviare piani di raccolta differenziata molto ambiziosi (dell’ordine del 50-60% o giù di lì) agendo sulla rielaborazione delle linee guida, sui regolamenti comunali, su una applicazione finalizzata della TIA, imponendo una raccolta differenziata “spinta” negli uffici pubblici, stipulando accordi con la grande distribuzione, con gli operatori del turismo, con i commercianti, ancora stipulando accordi con il volontariato, con il non profit, introducendo meccanismi di premialità e sanzionatori e così via,
- supportare questi piani anche attraverso la realizzazione di piattaforme ecologiche (o riciclerie, o ecocentri o come li vogliamo chiamare),
- realizzare strutture per la lavorazione e la valorizzazione dei rifiuti raccolti separatamente (in primo luogo piattaforme di selezione e valorizzazione e impianti di compostaggio, ma non solo), anche coinvolgendo laddove possibile l’imprenditoria locale,
- pensare seriamente a impianti di TMB (trattamento meccanico e biologico) per il residuo, così da ottenere la migliore valorizzazione della frazione non riciclabile,
- pensare all’incenerimento non solo nei cosiddetti termovalorizzatori ma forse anche, limitatamente al CDR (di qualità, non quello degli impianti FIBE!), nei cementifici o nelle centrali elettriche,
- guardare senza preconcetti anche a tecnologie alternative (la gassificazione, per esempio) per individuare le cosiddette BAT, Best Available Technologies, ovvero quanto di meglio metta a disposizione la comunità scientifica, senza quindi puntare ad una ridondanza di impianti certamente inutili sul medio periodo,
- recuperare materia da restituire alle filiere industriali, ma anche in certa misura produrre materiale stabilizzato per contribuire al recupero delle aree in fase di più o meno avanzata desertificazione.
Tutto ciò significa non dover più ricorrere in maniera massiccia a discariche inquinanti, che la gente non vuole, che non si sa dove realizzare, che si prestano a comportamenti illeciti. Le discariche, se effettivamente residuali, dovrebbero accogliere al massimo un 20-25% in peso dei rifiuti prodotti, ma oltre a ciò si tratterebbe di rifiuti inertizzati, dunque privi di effetti nocivi quali la produzione di biogas e di percolato.
Ciò significa anche non puntare solo ed esclusivamente al potere salvifico degli inceneritori, che magari non debbono essere demonizzati al di là del ragionevole, ma neppure diventare l’arca di Noè di tutte le problematiche ambientali della regione.
In questo modo si può dare finalmente alla regione un modello efficace, efficiente, economicamente sostenibile con l’obiettivo della autosufficienza in materia di gestione dei rifiuti.
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Ma la Campania si trova purtroppo, ora, nella impellente necessità di affrontare e risolvere anche le altre emergenze che ho più sopra tentato di riassumere, ovvero i 7 milioni di tonnellate di “ecoballe”, le migliaia di lavoratori “socialmente inutili”, le migliaia di discariche illegali da bonificare e che rappresentano altrettante bombe ecologiche, l’emergenza sanitaria, le interconnessioni tra camorra e politica, la ricostruzione di un tessuto agro-pastorale largamente compromesso (non bastano gli spot televisivi a favore della mozzarella, se non si eliminano le cause dell’inquinamento da diossina!), l’immagine più in generale di una Campania ex-felix che meriterebbe maggiore rispetto, da parte di tutti.
Occorre ricostruire un rapporto di fiducia tra la gente e le istituzioni, e ciò si fa non soltanto con i proclami, ma soprattutto operando concretamente per il bene comune.
Bisogna sottrarre la gestione dell’ambiente a corrotti e corruttori, a lobby di qualsivoglia settore volte esclusivamente a massimizzare i profitti ricavabili dal business dei rifiuti, a “apprendisti stregoni” presunti portatori di soluzioni miracolistiche. Bisogna lavorare duramente, dandosi obiettivi molto ambiziosi, definendo strategie coraggiose e producendo azioni coerenti. Insomma, un lavoraccio, che richiede sì grande determinazione, potere decisionale, etica, capacità di mettere in campo il meglio della comunità tecnico-scientifica e così via.
A queste condizioni, forse in un arco di tempo dell’ordine di tre-quattro anni si potrà davvero restituire Napoli e la Campania al mondo occidentale e dichiarare sconfitta l’emergenza.
Rosie O’Grady
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