igiene urbana

Il mondo cambia, cambiamo il mondo!

Il mondo cambia, cambiamo il mondo!

5 gennaio 2008

(Tratto da “GSA Igiene Urbana” n.1, Gennaio-Marzo 2008)


L’ALLARME STA SUONANDO ORAMAI DA MOLTO TEMPO, COSA DOBBIAMO, VOGLIAMO, POSSIAMO FARE?


I cambiamenti climatici che stanno interessando ogni parte del mondo sono sotto gli occhi di tutti: da molti anni si discute su cosa fare, come farlo, entro quale scadenza…il Protocollo di Kyoto, spiace dirlo, è stato un sostanziale fallimento, solo pochi Paesi hanno saputo adottare politiche di salvaguardia ambientale di qualche significato, altri hanno mancato gli obiettivi, altri ancora l’hanno osteggiato. Il global warming ha continuato a crescere, e gli effetti si sono ben visti: nessuno parla più di catastrofismo, i danni del riscaldamento della Terra sono tangibili. Ora si riparte da Bali, prossimo obiettivo un nuovo accordo, presumibilmente a Copenhagen tra un paio d’anni. Noi, nel nostro piccolo, possiamo iniziare a fare qualcosa? A questa domanda cerca di dare una sia pur parziale risposta l’autrice dell’articolo.


Il mondo sta cambiando, lo sappiamo: le grida d’allarme si susseguono quotidianamente dalle pagine dei giornali, dagli schermi della televisione, da ogni mezzo di comunicazione…e sono scienziati, uomini politici, intellettuali, ambientalisti a lanciare messaggi che, al di là di più o meno fondate ipotesi catastrofistiche, richiamano la nostra attenzione su quanto sta avvenendo intorno a noi, in termini di inquinamento ambientale, di aumento della temperatura della terra, di esaurimento delle risorse, di effetti serra e buchi nell’ozono.

Il cambiamento climatico non è più una ipotesi o uno scenario futuribile, ma è una realtà visibile a tutti: il disgelo che sta interessando l’Artide provoca la decomposizione del permafrost, ovvero di quello strato di terreni ghiacciati che racchiude materiale organico e che, decomponendosi nell’acqua, libera enormi quantità di carbonio, che a sua volta accresce l’effetto serra che a sua volta determina aumento della temperatura che a sua volta provoca il disgelo eccetera eccetera.

Lo scioglimento dei ghiacci provoca l’aumento del livello dei mari: se dal 1880 ad oggi il livello è cresciuto di 20 centimetri, oggi cresce di 3 millimetri all’anno, ovvero 3 centimetri in un decennio, e questa velocità di crescita potrà solo aumentare, nella misura in cui aumenterà la temperatura del nostro pianeta: le emissioni di CO2 sono in continua crescita, e con esse l’effetto serra e dunque la temperatura, per cui se non riuscissimo ad invertire questa tendenza potremmo aspettarci un aumento del livello dei mari dell’ordine di almeno mezzo metro di qui alla fine del XXI secolo, con gli effetti devastanti che ciascuno può ben immaginare su coste, città e paesi. Dovremmo pensare seriamente all’ipotesi di costruire dighe, o qualcosa che alle dighe somigli, e ciò rappresenta un serissimo problema anche sul piano finanziario, specie per i paesi in via di sviluppo. Inoltre, ricordiamolo, l’aumento della temperatura dell’acqua comporta pesanti danni alla flora ed alla fauna marina.

La fascia compresa tra il Tropico del Cancro e il Tropico del Capricorno si è allargata, a detta degli studiosi, di almeno 2 gradi verso nord e altrettanti verso sud, il che comporta significative alterazioni climatiche. La progressiva desertificazione riguarda anche il nostro Paese, dove già si stima che un quarto del territorio sia in stato di pre-desertificazione. In altre aree del mondo interessate dalla progressiva tropicalizzazione, i rischi collegati alla diminuzione dei raccolti sono già visibili.

Siccità, precipitazioni di grande intensità, alluvioni, incendi, inondazioni, carestie…un quadro davvero drammatico, che non è figlio di un catastrofismo infondato ma che si basa su proiezioni del tutto attendibili delle quali già si avvertono in maniera evidente le avanguardie.

L’anidride carbonica è la principale responsabile dell’effetto serra e quindi del riscaldamento del pianeta, ma essa è causata prevalentemente dalla produzione di energia, dalle attività industriali, dal sistema dei trasporti, ossia da tutte quelle attività che sono in maggiore o minore misura correlate con lo sviluppo e l’antropizzazione: ma la popolazione mondiale è in crescita, il sud del mondo inizia solo ora il percorso di sviluppo che l’occidente ha compiuto da molti anni e non è disponibile a rinunciarvi per garantire un migliore futuro ai paesi ricchi, dunque da quelle parti ci dobbiamo inevitabilmente attendere un aumento delle attività legate allo sviluppo “tradizionale”, ovvero ancora una volta una accelerazione nella produzione di CO2. Siamo di fronte ad una emergenza planetaria, ha detto Al Gore, e questa è certamente, sono sempre parole del premio Nobel, una scomoda verità.

Il Protocollo di Kyoto, varato nel 1997 proprio per tentare di ridurre i gas serra prodotti dalle attività dell’uomo, a dieci anni dalla sua emanazione si è rivelato un sostanziale fallimento: gli Stati Uniti, che notoriamente sono i principali inquinatori, lo hanno sempre vistosamente rifiutato.I Paesi europei hanno tentato di applicarlo con risultati mediamente molto modesti (a fronte di alcune nazioni che hanno realizzato cospicui tagli, vedi Svezia o Germania, altre ve ne sono che hanno in questi dieci anni accresciuto, e di molto anche, le proprie emissioni di gas serra, vedi Spagna o Portogallo), i Paesi in via di sviluppo (Cindia soprattutto, e non è poco!) lo considerano un limite alla propria crescita. Tant’è vero che la Cina, nel 2007, ha scavalcato gli Stati Uniti nella particolare classifica dei paesi con le più alte emissioni di CO2 in atmosfera: un primato di cui è difficile essere orgogliosi, anche se si può comprendere il fabbisogno crescente di energia (prevalentemente ricavata dal carbone: ogni settimana, in Cina, si inaugura un nuovo grande impianto a carbone!) di un paese in fortissimo sviluppo e con una popolazione che supera abbondantemente il miliardo di individui e che è in continuo aumento. Nel suo piccolo, anche l’Italia è venuta meno agli impegni assunti con la sottoscrizione del Protocollo di Kyoto, aumentando, di ben il 13% rispetto al 1990, le emissioni di gas serra anziché ridurle del 6.5% come previsto: il rapporto “2008 Climate Change Performance Index” ci boccia sia per quanto riguarda le emissioni che i relativi trend che, infine, le politiche relative al clima. Allora: è colpa dei paesi in via di sviluppo o è colpa dei paesi ricchi? Chi deve cominciare per primo a tagliare? E intanto la temperatura del pianeta è aumentata più o meno di un grado nell’ultimo secolo, una cosa apparentemente trascurabile se non fosse che anche qui siamo in presenza di una accelerazione molto forte e che potrebbe ulteriormente incrementarsi nei prossimi decenni.

Si dibatte se il principale responsabile di questi cambiamenti climatici sia l’uomo: ne è convinto assertore l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Changing, un comitato scientifico costituito in ambito Nazioni Unite, per lo studio dei cambiamenti climatici, cui è stato conferito nel 2007 il Premio Nobel per la pace, assieme al già citato Al Gore, per l’impegno profuso nella diffusione della conoscenza sui cambiamenti climatici), anche se non ci si può nascondere che altri “contributi” all’effetto serra derivino da diverse fonti naturali, quali ad  esempio il calore della terra.  Comunque sia, è del tutto evidente che soltanto l’uomo può, ammesso che lo voglia, invertire questa tendenza.

Si è aperto sotto il segno della speranza, il 3 dicembre scorso, il Summit di Bali: è viva la speranza che si giunga ad un nuovo protocollo, in grado di superare Kyoto ma anche in grado di essere davvero sottoscritto da tutti, in grado di essere rispettato dai più, in grado di arrecare davvero quei benefici ambientali cui i nostri figli e nipoti hanno diritto. A Bali non c’erano soltanto i paesi più industrializzati, ma anche i paesi in via di sviluppo, Cina e India in prima fila, e c’erano gli Stati Uniti, fieri avversatori di Kyoto. Occorre che nei prossimi mesi si giunga ad un accordo, ben sapendo quanto sarà difficile definirne i contorni e quanto sarà difficile rispettarne gli obiettivi: i paesi più sviluppati, quelli cioè che negli anni scorsi hanno maggiormente contribuito al global warming, dovrebbero forse accettare qualche rinuncia rispetto ad uno stile di vita che poca attenzione ha sin qui prestato all’effetto serra; i paesi in via di sviluppo, e che con qualche ragione rivendicano il diritto a progettare il proprio futuro puntando ad un sostanziale miglioramento del benessere economico, dovrebbero forse ridurre un poco le aspettative; tutti i paesi, ricchi e meno ricchi, dovrebbero impegnarsi seriamente a definire programmi d’azione e rispettarli; pubblica amministrazione e politiche industriali dovrebbero essere in grado di dialogare a tutto campo; i detentori delle tecnologie meno inquinanti dovrebbero mettere a disposizione dei paesi in via di sviluppo il proprio know-how;  insomma, occorrerebbe una visione complessiva del problema, ben sapendo che la biosfera non ha capacità d’assorbimento illimitate, ben sapendo che gli squilibri creati da uno sviluppo incontrollato hanno un potenziale devastante dal punto di vista dell’ambiente e forse, ancor prima, dal punto di vista della pace nel mondo. Insomma una faccenda davvero molto complessa, dalla quale dipende il futuro del nostro pianeta. D’altra parte, se non si trovasse un modo di agire efficace ed efficiente, sarebbe una catastrofe, come peraltro aveva dichiarato alla vigilia di Bali il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon.

I principali responsabili del global warming

Paese

Emissioni di CO2 in milioni di tonnellate

Stati Uniti

6.000

Cina

5.300

Russia

1.700

Giappone

1.200

India

1.250

Germania

850

Canada

630

Regno Unito

580

Corea del Sud

500

Italia

470

Diecimila delegati, in rappresentanza di 192 paesi (tanti erano i partecipanti al Summit di Bali), denunciano una generalizzata presa di coscienza dei problemi connessi con il global warming, è vero, e questo è certamente un segnale positivo: ma non ci si può nascondere, e l’esperienza di Kyoto è lì ad insegnarcelo, che negoziati a livello mondiale, con tanti attori interessati ma con tanti interessi contrastanti, ancorché auspicabili sono sicuramente di difficile attuazione. Sperare è un obbligo morale, ma bene sarebbe che ogni paese cominciasse seriamente a guardare in casa propria e iniziasse da subito ad introdurre una serie di provvedimenti di cui sono già noti i contorni, e per i quali non vi è necessità di aspettare che da altri arrivino gli stimoli. Il fatto che altri possano disattendere gli accordi sottoscritti, o che altri ancora non li abbiano neppure sottoscritti, non può e non deve rappresentare un alibi per nessuno.

È comunque obbligatorio, sul piano morale quanto meno, guardare con una sia pur modesta quota di ottimismo, ai risultati di Bali, alla road map che ne è uscita, al prossimo traguardo indicato, ovvero Copenhagen, la città che sarà sede, alla fine del 2009, del nuovo accordo che dovrebbe dare seguito al Protocollo di Kyoto e che presumibilmente porterà proprio il nome della capitale danese. La road map uscita dalle due settimane di battaglie condotte tra i vari contendenti e che hanno addirittura costretto al pianto il Segretario Generale Yvo de Boer non è un accordo, ma si limita a determinare che un nuovo accordo va trovato; l’accordo sul futuro accordo, mi si perdoni il gioco di parole, è stato raggiunto soltanto in extremis, dopo che  Ban Ki-moon era stato costretto ad un ritorno non previsto a Bali per richiamare le coscienze dei “belligeranti”; la road map non contiene alcun impegno quantificato, anche se riconosce che il problema del global warming è reale e che dunque qualcosa andrà fatto, vuoi per ridurre le emissioni vuoi per supportare in qualche modo i paesi poveri; qualcuno si è chiesto se ne fosse valsa la pena (di radunare tanta gente inquinando i cieli con tonnellate di emissioni da jet!); tuttavia, la road map ha segnato un primo significativo “cedimento” da parte degli Stati Uniti, i grandi avversatori nel decennio scorso del Protocollo di Kyoto. Insomma, non è granché ma qualche segnale positivo c’è, e a quello bisogna che ci attacchiamo con tutte le nostre forze! Naturalmente, continuando a sperare che la prossima Amministrazione USA del dopo-Bush assuma un atteggiamento di maggiore consapevolezza e di impegno: visto che gli Stati Uniti sono i principali responsabili della situazione attuale, è ovvio che senza una loro assunzione di responsabilità qualsiasi protocollo è destinato ad un sostanziale fallimento o, ben che vada, a raccogliere risultati solo parziali e insufficienti. Il problema è urgente, urgentissimo, lo ha ricordato Al Gore nel suo intervento, nel corso del quale ha paragonato la indifferenza dei potenti nei confronti del global warming all’indifferenza che avevano dimostrato nei riguardi del nazismo e della Shoah, almeno sino a che non erano stati toccati direttamente. Hillary Clinton, Barak Obama, o magari un Al Gore che esca dal cilindro all’ultimo momento, pensateci voi!

GSA Igiene Urbana, nel suo piccolo, può e deve dare il proprio contributo, quanto meno per sensibilizzare, attraverso una informazione corretta, ancorché limitata, i propri lettori, e per cercare di stimolarli ad attuare sia pure soltanto una politica dei piccoli passi, circoscritta in ogni caso al contesto urbano che da sempre rappresenta l’ambito di attenzione del periodico. Le nostre città maggiori sono da un lato insiemi grandemente energivori, e come ben sappiamo la produzione di energia è una delle principali cause delle emissioni in atmosfera di anidride carbonica, ma da un altro sono forti produttrici esse stesse di gas serra, dovuti agli impianti di riscaldamento e al traffico automobilistico. Dunque è possibile anche agendo in ambiti limitati, e su problematiche evidentemente specifiche, dare supporto concreto alle grandi strategie che riguardano il governo della nazione, o ancor più la dimensione europea e planetaria. Il filosofo e sociologo francese Edgar Morin ha scritto che siamo in uno stato di caos, uno stato agonico, ma che “…paradossalmente, ciò che può apportare la morte può apportare la nuova vita…” in virtù di  “una metamorfosi delle nostre attuali società in una società mondo di tipo nuovo…”, e dunque su tale ipotesi di metamorfosi dovremmo concentrare le nostre speranze: ma nessuno è in grado di definire i contorni di questa metamorfosi, per cui forse è meglio che ciascuno di noi cominci, nei limiti delle proprie possibilità, a fare qualcosa per evitare la catastrofe.

È certamente molto suggestiva l’ipotesi elaborata da Jeremy Rifkin, definita come la Terza Rivoluzione Industriale, che si basa su tre pilastri: le energie rinnovabili (eolica, solare, geotermica, idrica, biomasse eccetera), il loro “immagazzinamento” attraverso le celle a idrogeno (per definizione, le fonti rinnovabili sono discontinue) e l’interconnessione delle reti elettriche: “…la Terza Rivoluzione Industriale richiederà una riconfigurazione completa dei settori dei trasporti, delle costruzioni e dell’elettricità, creerà nuovi prodotti e servizi, favorirà lo sviluppo di nuove aziende e darà vita a milioni di nuovi posti di lavoro…”, afferma Rifkin, che continua sottolineando come “…nella nuova era le aziende, i comuni, i proprietari di casa potranno diventare produttori tanto quanto consumatori della loro stessa energia, la cosiddetta ‘generazione distribuita’…”; ecco che si configura un nuovo modello, certamente più democratico, di gestione delle risorse, non più dall’alto verso il basso, come per i combustibili fossili, ma dal basso verso l’alto: “…in futuro, le società elettriche e le aziende di servizio pubblico sempre più diverranno bundler di energia distribuita, aggregando e raccogliendo l’energia rinnovabile generata localmente e regionalmente dalle aziende e dai proprietari di casa, immagazzinando quell’energia sotto forma di idrogeno e altri supporti di immagazzinamento energetico e distribuendo l’energia per mezzo di reti elettriche intelligenti…” (J. Rifkin, La mia rivoluzione, la Repubblica, 1 dicembre 2007).

È dunque nella città, nella conurbazione sentina di tutti gli inquinamenti del mondo, che si nasconde la risposta ai problemi ambientali ed energetici che minacciano il nostro pianeta? Forse non sarà proprio così, o sarà così solo in parte, ma è fuori di dubbio che è dalle città, o almeno dalle più grandi, che dovranno partire i segnali più forti. Le grandi città sono grandissime consumatrici di energia, l’energia è oggi per lo più derivata dalla combustione degli idrocarburi, tale combustione è la principale responsabile dell’inquinamento atmosferico, del global warming, dell’incremento delle malattie dell’apparato respiratorio e dei tumori; le grandi città sono chiamate a rispondere di questa drammatica situazione, e le risposte stanno da un lato nella riduzione dei consumi tradizionali e nella crescita dei consumi “intelligenti” ed efficienti (riscaldamento, traffico, nuovi materiali per l’edilizia etc) attraverso strategie innovative e coraggiose, da un altro forse nella strada suggerita da Rifkin, ossia nel sempre maggiore ricorso alle energie da fonti rinnovabili che, sia detto per inciso, si stanno progressivamente rivelando anche una importante fonte di business e di incremento occupazionale.

Sempre che, naturalmente, le potentissime lobbies dei petrolieri non mettano troppi bastoni tra le ruote allo sviluppo delle fonti rinnovabili, e sempre che si sciolgano i pesanti dubbi che ancora circondano l’opzione-nucleare: il nostro Paese, una ventina d’anni fa, ha scelto attraverso lo strumento del referendum, ossia lo strumento più democratico di cui disponiamo, di abbandonare la strada del nucleare, sull’onda emotiva di Chernobyl certamente, ma anche in base a valutazioni niente affatto peregrine, specie per ciò che riguarda lo smaltimento delle scorie. Ma per tutti questi vent’anni abbiamo continuato ad importare energia dalla Francia, energia prodotta appena al di là delle Alpi dai reattori nucleari dei nostri cugini; non solo, ma anche in tempi recentissimi il nostro principale produttore di energia ha siglato un accordo con EdF che prevede la partecipazione diretta dell’Italia alla strategia nucleare francese! Ma se è vero, come è vero, che il dramma di Chernobyl si è fatto sentire concretamente anche nel nostro Paese, nonostante le centinaia e centinaia di chilometri di distanza, non è più rischiosa una centrale che si trovi appena al di là del Monte Bianco, a poche decine di chilometri da Torino in linea d’aria?

È comunque un fatto che, come conseguenza della scelta referendaria del 1987, l’Italia ha abbandonato la ricerca nel settore del nucleare, accumulando dunque un grandissimo ritardo rispetto ad altri paesi che, più pragmaticamente, hanno optato per questo modello, considerato oggi dalla comunità scientifica come una affidabile sorgente di energia, naturalmente alla condizione di applicare i criteri di sicurezza più avanzati; ed è altresì evidente che, avendo rinunciato all’opzione nucleare, l’Italia ha dovuto affidarsi prevalentemente ai combustibili fossili, con ciò contribuendo grandemente alla produzione delle polveri sottili e della CO2, e dunque aumentando le probabilità di tumori delle vie respiratorie. “…Nel nostro paese – ha scritto Umberto Veronesi – mi sembra prevalga un’etica della proibizione, e non un’etica della responsabilità. Da noi si crede di più agli oroscopi e alla New Age e meno a coloro che studiano e si impegnano per migliorare la vita umana…”.

È evidente che il problema del nucleare non possa essere risolto a livello locale: il vento non tiene in alcun conto risultati referendari, e soltanto un accordo su basi territoriali molto vaste e “protette” potrebbe forse avere una valenza effettiva; i tecnici ed i sostenitori del nucleare, dal canto loro, affermano che oggi la tecnologia consente di progettare centrali con elevatissimi standard di sicurezza; si stanno studiando sempre più avveniristiche ipotesi per quanto concerne lo smaltimento delle scorie; intanto, proprio nei giorni scorsi, sono partite da Caorso notevoli quantità di materiali radioattivi, destinazione Francia, per essere trattate al fine di ridurne la pericolosità, e torneranno da noi quando la loro radioattività sarà stata in buona parte abbattuta! Insomma, almeno ai miei occhi l’opzione nucleare appare ancora come qualcosa che possa essere presa in considerazione, sia pure tenendo ben presente il principio di precauzione e tenendo ben conto del ritardo accumulato dal nostro paese nella ricerca; di converso, non riesco a vedere limiti o controindicazioni significative allo sviluppo delle rinnovabili. Nel frattempo, poiché i tempi per lo sviluppo sia del nucleare che delle rinnovabili appaiono abbastanza lunghi, sarebbe forse opportuno che qualche nostrano “Signor No” la smettesse di bloccare aprioristicamente scelte che appaiono vitali, nel breve, per il nostro paese, in primis gli impianti di rigassificazione che potrebbero certamente darci, per il momento, un poco di flessibilità in più: o no?

Rosie O’Grady

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